1977: Herbert Kappler in Trentino?
09 marzo 2009 14:59 Rubrica: Storie dimenticate

Rif. 2042. Notte del 15 agosto 1977. In una cameretta dell’Ospedale Militare Celio di Roma, è ricoverato un signore anziano, bisognoso di cure. Ma la sua non sembra soltanto una vera degenza, dal momento che nel corridoio, davanti alla sua porta, staziona giorno e notte una pattuglia di Carabinieri con l’obbligo di non lasciar entrare nessuno. L’uomo è assistito continuamente dalla moglie, che lo lascia solo per brevi periodi, forse per comperare qualcosa di cui ha bisogno. La mattina del giorno precedente la donna è entrata portando una grossa valigia, ma nessuno vi ha fatto caso: forse doveva servire per contenere la biancheria sporca. È da poco passata la mezzanotte, tutto l’ospedale è avvolto nel silenzio più assoluto. Solo dall’interno della stanza il carabiniere sente dei piccoli rumori, ma non vi dà alcuna importanza: cosa può succedere a quel vecchio? E poi se c’è sua moglie con lui, se stesse male potrebbe suonare il campanello per chiamare l’infermiere di turno. Più tardi sente un leggero scalpiccio e poi aprire la finestra. Tutto normale, pensa il militare: è la notte di Ferragosto, una notte afosa, è naturale che si apra la finestra per arieggiare la stanza dove è ricoverato un infermo. Il resto della notte trascorre in tutta tranquillità; dalla stanza non si sente alcun rumore. Alle 6 del mattino un’altra pattuglia di carabienieri viene a dare il cambio ai due che hanno fatto il turno di notte. “Non c’è nessuna novità, stanno ancora dormendo”. È l’assicurazione data dai colleghi smontati. Quindi i due escono per godersi il meritato risposo. Solo verso le 10 uno dei due carabinieri si chiede come mai stessero ancora dormendo, soprattutto contrariamente alle abitudini della donna. Bussa alla porta ma non ottiene nessuna risposta, allora decisamente apre e si rende conto che la stanza è vuota. Un’evasione in piena regola! Ma come è potuto succedere? Soltanto in seguito ad accurati sopralluoghi se ne riesce a capire la dinamica. Nel muro esterno, vicino alla finestra della camera, era stato installato un argano di quelli che servono per issare i materiali da costruzione che i muratori usano in occasioni dei lavori di manutenzione. Che coincidenza, proprio vicino a quella finestra! Ma sarà stata poi una semplice coincidenza? Poi le indagini si sono rivolte verso quella grossa valigia che la mattina del 14 agosto era stata portata nella camera dell’ospite. Considerata la sua piccola statura e dell’esiguo peso (negli ultimi tempi pesava appena 45 chili) si capisce subito che sia potuto entrare nella valigia e grazie al piccolo argano scendere fino a terra. Quanto poi ad uscire dall’ingresso dell’ospedale, è presumibile che il militare di piantone, proprio la notte del 15 agosto stesse dormendo. Infatti l’ospedale Celio, anche se militare, non è equiparato a una caserma, con tanto di sentinella fuori la porta e tutti gli accorgimenti che vi sono connessi. Quell’evasione è stata come un pugno nello stomaco per l’Arma dei Carabinieri ed ha provocato un grande sdegno almeno nell’80 percento degli Italiani. Ma chi era quell’uomo così importante? Era nientemeno che Herbert Kappler, il criminale nazista che nel 1944 fece trucidare barbaramente 335 innocenti come rappresaglia per l’attentato di via Rasella, ad opera di alcuni partigiani che avevano ucciso 33 soldati della Wermacht. Occorre precisare che i 33 soldati uccisi nell’attentato non erano tedeschi, bensì anziani richiamati che facevano parte del battaglione “Bozen”, quindi erano Italiani. C’è da aggiungere inoltre che i tre autori materiali dell’attentato di via Rasella: Rosario Bentivenga, Giorgio Amendola e Carla Capponi, quando hanno saputo che per il loro gesto stavano per essere uccisi 335 innocenti, si sono guardati bene dal presentarsi al Comando tedesco e confessare: sarebbero stati fucilati loro, come era giusto, e così avrebbero salvato la vita a centinaia di persone.
A guerra finita, nessuno osò alzare un dito contro di loro, e dai governi che si sono succeduti, sono stati considerati eroi della Resistenza e premiati con ricompense e privilegi! Herbert Kappler, dopo essere stato giudicato da un tribunale italiano, fu condannato all’ergastolo e trascorse più di 30 anni nel carcere di Gaeta. Recentemente era stato trasferito all’Ospedale Militare Celio di Roma per ragioni di salute. A questa fuga tutti i mezzi d’informazione dell’epoca non diedero molto risalto; non c’era di che vantarsi se un personaggio di tale postata ci fosse sfuggito dalle mani in maniera così plateale. Solo alcuni giornali satirici si sbizzarrirono a mettere in ridicolo i nostri apparati di sicurezza, bersagliando soprattutto l’Arma dei Carabinieri a cui era attribuita la responsabilità dell’incidente. Uno di questi giornali pubblicò una vignetta in cui era raffigurata una signora piuttosto prestante che trascinava una grossa valigia uscendo da un portone sul quale campeggiava la scritta: “Ospedale Celio”. Passando vicino a un allibito soldatino che si trovava nei pressi, gli dice: “Kappler, come pesa”! ma dopo pochi giorni tutto è ritornato nel più assoluto silenzio. Si è saputo in seguito che è stato fatto salre su un’autovettura Fiat 132 di colore rosso. Ma perché proprio rossa? Non è un colore troppo appariscente, se si vuole passare inosservati? Al contrario: colore nero, grigio o blu, di quelle che si usano “di rappresentanza” per portare persone in visita, avrebbe colpito più di una rossa, il colore che ispira allegria, gioventù, gioia di vivere e non certo per trasportare una persona che assolutamente deve passare inosservata. La signora della valigia invece prese posto su un’altra autovettura che seguiva da vicino la prima. Quindi il 15 agosto 1977, vero l’una di notte, questa autovettura Fiat 132 di colore rosso, presa a noleggio in un garage di Roma, parte in direzione nord percorrendo la via Cassia, poi la Statale dell’Abetone e del Brennero, quindi evitando accuratamente le autostrade. A bordo vi sono tre persone, oltre all’autista; una di queste è il famoso Keppler, molto noto alle cronache italiane, che deve essere portato urgentemente oltre confine. Le macchine procedono a velocità sostenuta senza quasi mai fermarsi, se non per un caffè o altre esigenze personali. Dopo Trento il motore della “rossa “ comincia a perdere colpi e all’altezza di Lavis è costretta a fermarsi: il motore è completamente fuso. Probabilmente il noleggiatore non ha avuto cura di controllare il livello dell’olio motore, di qui la conseguenza di rimanere in “panne”. Gli occupanti si danno da fare per cercare un’altra macchina, ma in paese non ve ne sono, quindi il garagista di Lavis al quale si sono rivolti riesce a farne arrivare una da Mezzolombardo. La persona di Lavis che aveva provveduto a far arrivare un’altra autovettura a noleggio, era il titolare di un’autofficina che si trovava sulla Statale del Brennero, all’inizio del paese. Questo signore che nel 1977 era già ultrasettantenne, è deceduto alcuni anni dopo e l’officina ora non c’è più. Questa autovettura (forse una Opel) è poi ripartita, con gli stessi occupanti, in direzione nord, quindi verso il Brennero. La Fiat 132 col motore fuso venne abbandonata a Lavis e non si sa poi che fine abbia fatto. Le due autovetture praticamente hanno percorso mezza Italia senza subire neanche un controllo. È vero che era il 15 agosto, ma almeno qualche pattuglia di Carabinieri o della Stradale avrebbero potuto incontrarla; invece nulla, tutto liscio da Roma fino alla frontiera del Brennero. Considerato che la fuga era stata scoperta alle 10 del mattino, a quell’ora le macchine, percorrendo strade che non consentivano velocità elevate, potevano aver percorso poche centinaia di chilometri: forse avevano appena superato Bologna. Se si voleva arrestare la fuga, bastava una semplice telefonata a tutte le caserme della Stradale e le stazioni dei Carabinieri a nord di Bologna e in poche ore lo sgradito ospite sarebbe ritornato nella sua stanzetta del Celio. Ma quella fuga era stata organizzata da “qualcuno” in alto, servendosi di quegli apparati che dispongono di persone alle quali nessuna pattuglia è in grado di potersi opporre, se non mettendosi sull’attenti e fare un bel saluto! Italo Baggiossi





