L'affare Suetterlin, una tragicommedia

Se non ci fosse in mezzo anche un suicidio per amore, la storia di spionaggio della quale vi parlo, potrebbe essere la trama di una commedia. Al tempo del muro di Berlino, nel 1964, si presentò al Comando Militare americano di Berlino ovest, un certo signor Kurt Gast. Senza tanti preamboli, confessò, al funzionario che lo accolse, di essere il colonnello del KGB Jevgeni Runge. “ Ho deciso di piantare l’URSS. Sono qui in Germania da 12 anni, e, come copertura, faccio il venditore di bigliardini. In verità sono incaricato di tenere i contatti con una rete di agenti tedeschi.” Alle 17 dello stesso giorno, l’impiegata Leonore Suetterlin, 39 anni, veniva arrestata mentre usciva dal ministero degli esteri, a Bonn. Qualche ora dopo toccò a suo marito, Heinz Suetterlin, fotografo ufficiale presso il controspionaggio, mentre rientrava da un servizio fotografico a bordo di una jeep. Nello stesso tempo, all’ambasciata francese, toccava all’usciere Leopold Pieschel. Altri agenti arrestavano Martin Margraf, cameriere di una società che organizzava trattenimenti ufficiali. Immediatamente si mise in moto la “macchina minimizzatrice” dei vari governi interessati. Leonore Suetterlin non aveva accesso ad alcun segreto, suo marito non poteva curiosare più di tanto, Pieschel era solo un povero usciere privo di qualsiasi contatto con personalità importanti, Margraf, un semplice cameriere , e cosa può sentire un cameriere durante un ricevimento? Come mai, diciamo noi, il KGB avrebbe inviato all’estero un colonnello per mantenere i contatti con quattro idioti? Pieschel e Margraf sistemavano, durante i ricevimenti, microfoni sensibilissimi nei mazzi di fiori e sotto i tavoli degli ospiti. Ma la scoperta più sensazionale riguardava l’attività di Suetterlin e sua moglie. Il fotografo aveva libero accesso in quasi tutti i luoghi dove c’era qualcosa da fotografare, forte della sua posizione di fotografo ufficiale del controspionaggio. Non c’era impianto civile o militare da inaugurare, dove mancasse Suetterlin. Aveva perfino fotografato l’interno del bunker segreto del Governo Federale. Assieme a sua moglie, a spese del governo tedesco, aveva girato un film di propaganda antispionistica, l’episodio più comico di tutto l’affare: Suetterlin e consorte insegnavano ai tedeschi, per conto del controspionaggio, quello che si deve e non si deve fare, per non cadere vittime delle spie. Penso si divertissero un mondo, mentre giravano il film, mostrando, ad esempio, come si prepara un “recapito morto”. In un cimitero, chiunque, con la scusa di curare i fiori, può deporre ai piedi di una tomba prestabilita, un messaggio che qualcuno raccoglierà più tardi, fingendo di curare, anche lui, i fiori del caro defunto. Nel film, Leonore svolgeva la parte della donna tedesca, vittima inconscia delle trame ordite contro di lei. La storia si concluse tragicamente, quando Heinz Suetterlin confessò di aver sposato Leonore per ordine del KGB. Il suo agente di collegamento gli aveva raccomandato: “ Perché non sposate una ragazza che abbia una posizione così e così?” Suetterlin fermò Leonore per la strada, una sera. In pochi giorni i due si erano sposati. Quando Leonore, in carcere, seppe che suo marito l’aveva sposata per ordine di Mosca e non per amore, si suicidò. Questa, almeno, la versione ufficiale. Non è ancora noto quale sia stato il vero lavoro svolto dal gruppo di spie e se l’abbiano fatto per denaro o per ideologia politica. Come vedete, lo spionaggio si serve di figure normali; non occorre che ci siano i vari James Bond, superagenti superuomini, che liquidano i nemici senza tanto batter ciglio, mentre amoreggiano tra un colpo di pistola ed uno di Karate.
È vietato prendere a morsi i padroni di casa

Si parla spesso di eliminare Enti inutili e cancellare parte delle migliaia di leggi che sono state promulgate nel corso di decenni dai vari governi in carica. Non crediate che la cosa riguardi soltanto lo stato italiano. Anche in altre nazioni abbondano leggi e leggine, che, sovente, contrastano tra loro. Nel territorio degli Stati Uniti vigono, logicamente, le leggi federali a cui tutti devono ubbidire, ma vi sono anche leggi emanate da ciascuno degli oltre cinquanta stati che compongono la Confederazione americana. Le più strane sono quelle emanate dai municipi nei tempi passati e che avevano, certamente, degli obiettivi ben precisi da raggiungere, per combattere inconvenienti ai quali era necessario porre rimedio. Ancora oggi, queste leggi sono, teoricamente, in vigore, poiché nessuno si è preso la responsabilità di abolirle. A Salt Lake City è vietato portare in giro l’ukulele, una specie di piccola chitarra, senza averlo accuratamente incartato. A Gary è vietato prendere il tram a chi ha mangiato aglio prima che siano trascorse quattro ore dal pasto. A Waterloo, sempre parlando d’aglio, non possono mangiarlo i parrucchieri, sia per donna che per uomo, dalle 7 alle 19. Le ragioni che hanno suggerito l’emanazione di tale legge mi sembrano molto evidenti… A Normal, nell’Illinois, gli animali devono essere molto sensibili; infatti è severamente vietato fare loro boccacce. La multa raddoppia se le boccacce sono rivolte a cani e scimmie. A Boston, i cani non possono superare i trenta centimetri d’altezza. Non è una città per me, poiché sono appassionato di alani. A New Orleans i cani non possono mordere i cittadini per più di una volta al giorno. Sempre parlando di morsi, è bene ricordare che nel Maine esiste una severa legge che vieta agli inquilini ed ai pigionanti di prendere a morsi il padrone di casa. Tornando agli animali, ricordo che a Shawnee, nell’Oklahoma, i cani non possono riunirsi in una proprietà privata se prima non hanno ottenuto, dal proprietario di casa, un esplicito permesso. Non possono comunque essere in numero superiore a tre. I bisonti, ed altri animali muniti di corna, non possono viaggiare in autolettiga mentre nell’Ohio vengono multati i proprietari degli asini che, nei centri abitati, viaggiano a più di sette miglia all’ora. Più fortunate le mucche del Connecticut che godono degli stessi diritti dei pedoni e dei veicoli, quando viaggiano sulla pubblica via. A Baltimora è assolutamente vietato recarsi a teatro con leoni al guinzaglio; e se si tratta di tigri o leopardi? Quando apparvero le prime automobili, i legislatori si preoccuparono dell’incolumità dei cittadini; nello stato del Tennessee era obbligatorio per ogni automobilista farsi precedere nei centri abitati da un araldo a cavallo, per avvertire tempestivamente i pedoni del pericolo e dar loro il tempo di mettersi in salvo. Sempre agli automobilisti, ad Atlanta, è vietato fare sberleffi e smorfie agli scolari, dalle autovetture, pena un mese di carcere. Nel Kansas, si è stabilito che quando due o più automobilisti s’incontrano ad un crocicchio, devono scendere e decidere, magari a testa e croce, chi ha la precedenza. Nel Wisconsin, infine, ma ci sarebbe d’andare avanti per ore, i guidatori d’autovetture sono passibili di contravvenzione per ogni goccia d’olio sparsa sulla pubblica via. Il passante che conta le gocce ed avverte la polizia è premiato con il trenta per cento della contravvenzione. Tutte queste leggi, oltre che divertenti, sono, per la maggior parte, illogiche, ma fino ad oggi nessuno è riuscito a modificarle od annullarle, perché tutti gli stati della Confederazione sono gelosissimi dei propri codici e delle proprie leggi e non vogliono che alcuno vi ponga mano.
Ferrari a risparmio energetico

“È possibile costruire navigli colossali, per navigare senza remi su mari e fiumi, cosicché un solo uomo sa meglio governarli di un intero equipaggio. Carri ci sono inoltre che, senza cavalli, procedono con incredibile velocità; noi crediamo che così siano stati, anche gli antichi carri falcati da battaglia. E macchine diverse si possono fabbricare, con le ali artificiali per volare; una persona seduta le controlla e le fa agitare come quelle degli uccelli…” Così Roger Bacon, il “Doctor Admirabilis” nato a Yichester in Inghilterra, nel 1214, aveva vaticinato attorno al 1250 il futuro dei mezzi di trasporto. Vogliamo a questo punto parlare di Leonardo Da Vinci e del suo uccello che volò dal Monte Cecere? E del carro armato progettato per Ludovico il Moro? Ma parlando di Ferrari, voglio raccontarvi di alcuni studiosi dei secoli bui che cercarono di costruire mezzi di trasporto terrestre sfruttando gli elementi naturali come il vento, non essendo ancora stato costruito alcun motore a benzina, gasolio e nemmeno a gasogeno. L’olandese Prinz Moritz, studioso di meccanica, nel 1560, sfruttando il connubio tra nave e veicolo terrestre, riuscì a costruirne uno munito di ampie vele e timone, che, in una giornata di vento fortissimo, compì una lunga corsa con un esiguo numero di passeggeri spauriti sulle coste del Mare d’Olanda. Si parlò di una velocità di ben sei miglia orarie e tutti i contemporanei considerarono la singolare invenzione alla stregua di un prodigio dell’ingegno umano. A Norimberga, le cronache cittadine ci dicono che, intorno alla metà del XVII secolo, per le vie si vedeva transitare, a ”folle corsa”, un’autentica automotrice che funzionava a fuoco, esalando vapori e fiamme della combustione da una specie di testa di drago che ornava la parte anteriore. Doveva trattarsi di una prima applicazione del vapore, in quanto nella confusa descrizione si parla di vino, birra e acqua somministrati al mostro meccanico. Di lì a poco Isacco Newton avrebbe mostrato all’ammirazione dei profani una carrozza a vapore vera e propria. Napoleone Bonaparte, dopo aver frequentato la Scuola di Brienne, per ottenere l’ammissione alla Ecole Militaire di Parigi, presentò una tesi sul possibile sfruttamento dell’automobilismo nei servizi bellici. L’italiano Padre Barsanti inventò un motore a benzina funzionante, ma il viennese Markus si può vantare di aver, per primo, costruito una vetturetta a benzina la quale aveva già, al posto del vecchio timone, un volante rotondo simile a quelli di oggi. Sul nascere del 1900, precisamente del 1894, sfruttando gli studi di Carnot ed il motore brevettato nel 1890 da Akroyd Stuart, l’ingegnere tedesco Rudolf Diesel regalava al mondo il moderno il motore a combustione.
Il metodo procopovich

Non si tratta ne di un nuovo metodo anticoncezionale, nè di un sistema per fare sei al superenalotto, ma del modo per eseguire moltiplicazioni aritmetiche studiato alla fine del 1800 quando non esistevano ancora le calcolatrici, ma ci si doveva affidare alle tabelle aritmetiche od al calcolo mnemonico. Se ne parla nel primo numero della Domenica del Corriere, datato 8 gennaio 1899, come di un sistema rivoluzionario, economico e, naturalmente… tascabile. Base del sistema è la divisione dei numeri in serie di cinque. Come dice l’articolo, “ Non occorre spendere tempo per la prima serie , da 1 a 5, dal momento che non presenta difficoltà di sorta.” Vediamo come si moltiplicano i numeri della seconda serie, da 6 a 10. I due pollici rappresentano il 6, l’indice il 7, il medio l’8, l’anulare il 9, ed il mignolo il 10. Per moltiplicare una di codeste cifre per un’altra qualsiasi della stessa serie, basta congiungere le due dita che hanno il valore delle due cifre da moltiplicare. Il numero totale delle dita verso il “ conteggiatore”- cioè dalla parte dei pollici, ed includendo i pollici stessi, nonché le due dita accostate- rappresenterà il numero delle decine che dovrà risultare dalla moltiplicazione. All’infuori del caso di 10 per 10, resterà inoltre in ciascuna mano un certo numero di dita non ancora contate: quelle oltre le dita riunite, verso i mignoli. Ora bisogna moltiplicare le dita libere di una mano per quella dell’altra, sempre inferiore a 5, ed il prodotto rappresenterà le unità da aggiungere alle decine già ottenute, formando così il numero completo. Per esempio, provate a moltiplicare 6 per 9: unite il pollice di una mano all’anulare dell’ altra. Vi sono quindi da sommare le due dita congiunte,un pollice, un indice ed un medio: in tutto 5 e quindi 5 decine. L’unità è 4 (1 moltiplicato 4), essendo rimaste 4 dita di una mano e1 una dell’altra. Il risultato è quindi di 5 decine e 4 unità: vale a dire 54. Nella terza serie- da 11 a 15- il pollice di ciascuna mano rappresenta l’11, l’indice il 12, e così via. Per moltiplicare due di queste cifre, si congiungono le dita che rispettivamente le rappresentano. Come per la serie precedente, il numero totale delle dita verso il conteggiatore ha il valore delle decine ottenute; ma, cosa strana, in questa serie le dita che rimangono libere, oltre le due congiunte, non servono a nulla. Bisogna invece, dopo stabilite le decine, servirsi nuovamente delle dita per trovare le unità; ciò che si ottiene moltiplicando quelle di una mano per quelle di un’altra. In questa serie sarà necessario aggiungere 100 ad ogni risultato prodotto dall’operazione manuale. Un esempio. Per moltiplicare 13 per 14, si accosta il medio di una mano all’anulare dell’altra. Le dita congiunte, insieme alle altre dalla parte del conteggiatore, rappresentano 7 decine che sommate a 100 danno 170. Le unità si ottengono moltiplicando le quattro dita di una mano per le tre dell’altra, ottenendo 12, che aggiunte alle prime 170 danno il risultato finale di 182. Per i numeri della quarta serie, da 16 a 20, si deve… Basta così, mi è già venuto il mal di testa; ed a voi?? Giacché esistono, usiamo pure le calcolatrici moderne, ma, però…un certo esercizio fatto con le dita e la testa, non farebbe mano a molte persone.
Non solo euro

Ormai ci stiamo abituando a parlare di Euro, anche se, mentalmente, trasformiamo subito la cifra in lire. Come si sa, in altre epoche e zone geografiche, c’erano, e ci sono, altre monete. I numismatici collezionano monete e banconote “normali”, ma c’è chi, avendo pazienza e disponibilità finanziarie, colleziona non solo quelle, ma anche materiali ed oggetti che ne fanno la funzione. Mezzo secolo fa, nel 1929, la Banca Nazionale Americana acquistò una collezione forse unica al mondo nel suo genere. Nell’hall della sede centrale della Banca, a New York, è tuttora esposta questa raccolta che è composta di oltre quarantamila pezzi, recuperati e catalogati nel corso di quaranta anni dal numismatico Farran Cesbè. Il suo valore, all’inizio del 1900, era stimato in oltre cinquanta milioni di dollari oro; la Banca ha sborsato, nel 1929, cinque volte tanto. Lascio a qualche volonteroso matematico, calcolare, in base alla svalutazione corrente, quanto possa valere oggi. Oltre a monete e banconote, Farran ha fatto collezione di tutto quello che è servito, in ogni parte del mondo, agli scambi commerciali ed al regolamento d’acquisti. Così, assieme alle piccole tavolette d’argilla, che 5000 anni avanti Cristo servivano agli Assiri come cambiali, alle prime banconote di carta, stampate in Cina nel 1300, ed agli ami da pesca usati come moneta corrente dagli indigeni del Canadà, ci sono piccole tavolette di tek degli antichi siberiani, croci di ferro grezzo delle tribù africane dei Baluba, fasci di foglie di tabacco che circolavano nelle Filippine, cerchi di penne compresse in uso come moneta a Santa Cruz (Polinesia), pesanti cerchi di pietra forati dell’isola di Yap e poi cristalli di sale, conchiglie, pezzi di stoffa, pelli di lontra, tappeti, bottiglie di Whisky, e perfino scatole vuote di conserva. Ai primordi della società umana, si usava il baratto o scambio in natura, si permutavano prodotti naturali con altri, che si ritenevano di equivalente utilità e valore. Con il trascorrere dei secoli, si scelse una “merce tipo”, alla quale faceva riferimento il valore delle altre merci, per le trattazioni d’affari. Quando si conobbero i metalli e si scoprì il modo di lavorarli, la merce tipo divenne il metallo stesso, ferro, bronzo, rame, argento, oro. Secondo la tradizione dell’antica Grecia, le più antiche monete metalliche sono posteriori al VII secolo avanti Cristo, dapprima assieme al bestiame, come si verificava nelle popolazioni omeriche. Poi, per le loro qualità intrinseche, esse acquisirono un uso esclusivo, lasciando del bestiame, presso le popolazioni latine, soltanto il ricordo, conservato nella parola PECUNIA (da pecora), che indica la moneta propriamente detta. Le monete metalliche potevano consistere in dischetti, quadrelli, verghe, anelli, polvere in sacchetti. Qualunque fosse la forma ed il grado di purezza dei metalli, il valore non ne era apprezzato se non con il peso. Poi, presso gli antichi Egizi, i Caldei e gli Assiri, si decise di formare dei frammenti di metallo che fossero di peso diverso, ma prestabilito secondo una graduatoria di valore. L’adozione della moneta metallica, di forma e peso costante, viene attribuita ai Lidi, popoli dell’Asia Minore, da altri agli abitanti dell’isola di Egina. Le monete dei Lidi erano di Elettro, una miscela di oro ed argento, avevano una forma rotonda e portavano sul dritto delle striature, sul verso figure di animali; quelle di Egina erano d’argento, di forma oblunga, con la figura di una testuggine marina, e , sul verso, un quadrato. Per quanto riguarda i Romani, i numismatici sono incerti se la prima monetazione di tal fatta si debba attribuire al regno di Numa Pompilio od a quello di Servio Tullio, vale a dire da sei a sette secoli ante Cristo.
Collezionisti di pulci

Da che mondo è mondo, l’uomo ha sempre dedicato tempo e denaro a collezionare i più strani ed insoliti oggetti. Non potevano mancare i collezionisti di pulci, il cui capostipite si può indicare in Karl Rothshild, uno dei banchieri della famosa dinastia, suicidatosi nel 1929. Si può dire che, per Karl Rothschild, la fama di collezionista di pulci superava quella di finanziere londinese. Alla sua morte la collezione, frutto di anni di ricerche in tutto il mondo è stata donata, per lascito testamentario, al Museo di Scienze Naturali di Londra. Fin da giovane, il banchiere mostrò predilezione per le scienze naturali, il che lo portò a conoscere il celebre naturalista Albert Johnson, che si lagnava del come la scienza avesse una scarsa conoscenza della famiglia delle pulci, della vita di questi parassiti e delle loro varie specie. Il giovane plutocrate si lasciò sedurre dallo scienziato, dedicando tempo e denaro a tale settore. La raccolta, condotta con tenacia, pazienza e metodi serissimi, iniziò senza grandi difficoltà. Vennero raccolte e catalogate le pulci degli abitanti d’Europa e degli animali domestici più conosciuti. Le difficoltà cominciarono a presentarsi quando si trattò di andare a caccia delle pulci del leone, del condor, dello scimpanzè, di ogni bestia selvaggia, insomma. Non dobbiamo dimenticare ch’eravamo nel 1800, e vaste zone del globo non erano raggiungibili con facilità. Ormai preso dalla passione, Rothschild, convinse il suo amico Clement, tenente di marina, a guidare una spedizione nel centro Africa. Nel 1903, un gruppo di provetti cacciatori, profumatamente pagati, partì da Londra per quelle regioni. Nel castello di Tring, in Cornovaglia, dove il banchiere raccolse il suo tesoro, c’è anche l’incartamento che narra le vicende della faticosa spedizione, non priva di pericoli. Johnson aveva dato ai cacciatori, una lista delle pulci ch’essi avrebbero dovuto catturare ed i mezzi scientifici d’osservazione e di conservazione dei preziosissimi parassiti. Il primo animale ucciso dai cacciatori della spedizione fu un bufalo cafro, che venne lasciato sul terreno, nell’attesa di trasportarlo, alla sera, all’accampamento. Quando però visitarono l’animale, tutte le pulci l’avevano già abbandonato. Quest’osservazione fu il primo risultato scientifico della spedizione, giacché stabiliva che le pulci abbandonano il corpo del loro ospite, appena il sangue perde la sua temperatura normale. Clement, allora, fece cucire dei sacchi impermeabili, nei quali venivano cacciati gli animali appena uccisi. Riuscì così a catalogare e fotografare le pulci dei vari esemplari della fauna africana. Tutto questo costò, però, oltre ad una cifra enorme, la vita di uno dei cacciatori, ferito gravemente da una fiera, mentre altri due contrassero la malaria. Dopo due anni, la spedizione ritornò a Londra. I risultati ottenuti avevano superato ogni previsione, e Johnson e Rothschild lavorarono quasi un anno, per catalogare il frutto della raccolta. In seguito vennero organizzate altre spedizioni, in tutte le parti del mondo, alla ricerca delle pulci del condor, del bufalo, del cane della prateria. L’esemplare più raro restava quello della volpe polare. Una spedizione speciale soggiornò quasi due anni nelle regioni nordiche, senza poter dare a Londra notizia di aver raggiunto lo scopo. Alla fine Rothschild mise una taglia di cinquecento sterline per chi gli avesse inviato, intatte, tre esemplari di pulce della volpe polare. Si trattava di una vera ricchezza ed, alla fine, le tre costosissime pulci, furono inviate, non dalla sua spedizione, ma da un cacciatore islandese.
Nero, rosso e verde

Mentre continuano gli assalti alle navi mercantili che transitano nel Mar Rosso - finalmente pare ci sia una certa reazione da parte delle marine occidentali ed americana - non posso che rispolverare i vecchi romanzi d’avventura di cento anni fa. Ecco l’immortale trio di corsari, Nero, Rosso e Verde, tramandateci dall’altrettanto immortale Emilio Salgari. Attingendo alle cronache dei secoli scorsi, troviamo anche dei personaggi storici che forse hanno dato spunti narrativi allo scrittore veronese. Primo fra tutti Bartholomew Roberts. Egli occupa un posto di primissimo piano tra i molti pirati, grandi e piccoli, che, durante la prima metà del XVIII°, corsero l’Oceano Atlantico lasciando tristi memorie delle loro imprese. Come tradizion vuole, Capitan Roberts iniziò la sua “fortunata” carriera di pirata al seguito di un altro illustre fuorilegge, Howel Davis. Roberts fu il secondo di bordo di Davis e lo accompagnò in varie azioni, finché, alla sua morte, avvenuta durante un’imboscata tesa dai portoghesi a Gamba, nel Golfo di Guinea, lo sostituì al comando della nave. Dopo un chiaro ed esplicito discorsetto tenuto all’equipaggio, promettendo disciplina di ferro e duri castighi a chiunque avesse violato l’antico codice piratesco, procedette a vendicare Davis. Bombardò dal mare la cittadina di Gamba, rase al suolo un vicino forte portoghese, catturò ed incendiò due navi della stessa nazionalità. Guidava i suoi uomini, vestito completamente in Rosso, e questo può aver dato lo spunto a Salgari, anche se i personaggi salgariani sono corsari e non pirati. Ritenuto imprudente soffermarsi ancora in quei mari, prese il largo e fece vela verso le Antille. Dall’isola di Terranova al Brasile, lasciò dietro di se una lunga scia di terrore e sangue. Quando quei luoghi divennero troppo pericolosi, riattraversò l’Atlantico e tornò in Africa. Il destino volle che cadesse in combattimento contro la nave da guerra inglese Swallow, nel Golfo di Guinea, poco lontano dal luogo che aveva visto la sua prima impresa di capitano pirata. Quando cadde sotto la mitraglia dello Swallow, non aveva ancora quarant’anni ed aveva catturato oltre quattrocento navi. Combatté e morì vestito del suo abituale abito di “cerimonia”, tutto di color rosso. Utopistici ideali di libertà, lo portavano a dire al suo equipaggio: “Noi non siamo pirati, ma uomini risoluti a conservare intatta la libertà dataci da Dio e dalla natura.” Le decine e decine di vittime che lasciò sul suo cammino, forse non erano completamente d’accordo con lui.
Quel ghiottone di Wolverin

Gli appassionati del settore fumettistico-cinematografico hanno accolto con entusiasmo l’uscita sugli schermi, di uno dei mitici eroi dei cartoon di questi ultimi anni: Wolverine. Il nome del personaggio, che tradotto letteralmente, significa ghiottone, lascerà certo perplessi i profani. Anche l’aspetto non è poi tanto accattivante: aggressivo, psicopatico, giustiziere, assassino, spia, iracondo, gran bevitore di birra, mutante, eroe, anzi super eroe. Con Wolverine, creato nel 1974 sulle pagine di Hulk da Len Wein ed Herth Trimps ed entrato a far parte della nuova formazione degli X-Men, quella gestita da Chris Claremont, Dave Cockrum e John Burne, è finita l’epoca dei superuomini candidi come gigli e puri come acqua di fonte. Il “ghiottone”, alias Logan, è il prototipo del nuovo eroe del fumetto ed ora del cinema. Sensi sviluppati animalescamente, capacità di guarire istantaneamente da ferite ed avvelenamenti, lo scheletro e gli artigli d’indistruttibile Adamantio, ne fanno un tipo ambiguo, folle e dannato, che mette in discussione il concetto stesso del bene e del male, della giustizia e dell’ingiustizia. Hugh Jackman, nato a Sidney nel 1968, veste i panni di Wolverine, diretto e sorretto in questo da Gavin Hood, che, dopo un primo momento d’incredulità, davanti alla richiesta dell’attore, ne ha compreso in pieno lo spirito: “Il film possiede un forte impatto visivo, ma a conquistare è un’ambiguità di fondo che è stato molto interessante esplorare”. La figura di Wolverine è centrale, contornata da una schiera di altri X-Men, amatissimi dagli appassionati. La femmina fatale, Kaila Silver Fox, è Lynn Collins, mentre Stryker, una specie di Dottor Frankestein, è interpretato da Danny Huston. Presenti anche i membri del Team X e Gambit con i suoi mazzi di carte. Ciò che ha colpito particolarmente il regista è stato il principio della mutazione e cos’è in grado di scatenarla. Ha scavato all’interno della sua doppia natura, svelandoci le origini del mito. La terribile infanzia, due secoli di guerre, una tragica storia d’amore e di rabbia. “Per certi versi, Wolverine è un moderno Zeus. Lancia fulmini, ma le sue emozioni sono umane. I suoi artigli non sono che una superba manifestazione esteriore, una rappresentazione fisica del binomio umano-animale. Wolverine gli estrae e genera morte, per poi ritrarli con vergogna”. Sovente la trasposizione in chiave cinematografica di un personaggio dei comics, ha lasciato un po’ di amaro in bocca ai fan del personaggio. Questa volta, invece, pare che l’esperimento sia riuscito in pieno. In concomitanza con l’uscita nelle sale, non mancano le proposte editoriali della Panini. La graphic novel Logan di Vaughn e Risso, In punto di morte di Ellis e Yu. Nella testata mensile Wolverine è iniziato Vecchio Logan di Millar e McNiven, mentre negli USA è partita una nuova serie dedicata al personaggio, Wolverine, Weapon X, di Ron Garney e Jason Aaron. Con la Gazzetta dello sport esce abbinato Wolverine, nemico ubblico di Millar e Romita Junior. Chiudo con l’autopresentazione del nostro character, che è tutto un programma: “Sono Wolverine… sono il migliore in quello che faccio… ma quello che faccio non è molto piacevole”.
I pirati della... Somalia

Esistevano, immortalati da Emilio Salgari cento anni fa, i pirati della Malesia, dei quali ho parlato sovente. I recenti avvenimenti nel Mar Rosso e dintorni, davanti alla costa somala, mi costringono a modificare il titolo dell’articolo di questa settimana, per parlare dei Pirati della… Somalia. Dovrebbero cambiare il finale del loro libro, anche gli autori de “Gli avventurieri dell’Oceano”, interessante volume uscito 50 anni fa sulla pirateria, e dal quale ho attinto diverse notizie e spunti per i miei articoli usciti nelle ultime settimane. Il volume chiudeva infatti con: “La civiltà moderna, con i nuovi e più rapidi mezzi di navigazione escogitati dall’uomo, non lascia più posto per l’illegalità sugli oceani.” Come avete avuto modo di leggere e vedere in TV, anche i pirati si sono aggiornati, ed usano veloci barchini ed armi automatiche, fornite chissà da chi. Per quello che è dato sapere, pensano soltanto a ricchi riscatti in denaro, risparmiando le vite degli equipaggi. Speriamo bene. Ricordo che, negli anni ’30 (1930), venne pubblicata sulle pagine del settimanale Topolino, una storia di caccia grossa in Africa. Principali eroi della storia la solita coppia di ragazzi avventurosi, sulla falsariga di Cino e Franco. Di produzione italiana, per i disegni del magnifico Albertarelli, uno dei maggiori disegnatori italiani, si chiamavano Gianni e Piero, ed il titolo del primo episodio era ”I predatori del Guardafui “. Preciso che il Guardafui è una zona della costa somala, battuta anche in quel periodo da predoni del mare. Come vedete , in un secolo non è cambiato molto, se non il fatto che gli avvenimenti volano sulle onde dell’etere, in tempo reale. Anche allora furono fatti tentativi per debellare il brigantaggio, ma senza effetti apprezzabili. Da che mondo è mondo, in tutte le epoche e luoghi, briganti, pirati, corsari, bucanieri, contrabbandieri hanno fatto del furto e della rapina la loro ragione di vita. Al tempo degli antichi romani, anche Giulio Cesare venne fatto prigioniero dai pirati, e liberato dopo il pagamento di un sostanzioso riscatto. La storia ufficiale ci dice che, poi, il grande condottiero debellò la piaga della pirateria, ma ci credo poco. Dal 1600 il contrabbando per mare fu molto attivo in Inghilterra. I contrabbandieri inglesi del Suffolk, del Devon, e della Cornovaglia formavano, fino a cento anni fa, confraternite molto importanti, rette da regole rigidissime e ordinate gerarchicamente. Lungo le coste frastagliate del Nord venivano anche organizzati del tranelli per i naviganti nuovi del posto, accendendo falò di segnalazione situati nei luoghi sbagliati. Le navi si schiantavano così sugli scogli e gli abitanti del luogo recuperavano la merce caduta in mare, eliminando magari i supersiti degli equipaggi, per non avere testimoni. Le leggi inglesi erano molto severe contro i contrabbandieri. Per chi veniva sorpreso con merce illegale, per la prima volta era previsto il carcere, ma i recidivi finivano, sovente, sulla forca. La tradizione popolare inglese ci parla di MARGARET CATCHPOLE, irrequieta ragazza di Ipswich (Suffolk), ladra di cavalli ed amante di un contrabbandiere. Sorpresi dalla polizia sulla spiaggia, l’uomo venne ucciso. Margaret difese il cadavere sparando fino all’ultimo colpo della sua pistola. Arrestata, essendo recidiva, venne deportata in Australia, dove morì qualche anno dopo.
Un pirata di buona famiglia

Parlando di Barbanera, abbiamo accennato al maggiore Stede Bonnet, suo “datore di lavoro”. Di buona famiglia, ma scarsamente conoscitore del mare, faceva il pirata per passatempo. Conosciuto il pirata Barbanera, entrò in società con lui, fino al 1713, quando si divisero, spartendosi il grosso bottino accumulato. Pentito della vita che aveva condotto fin’allora, e con alle spalle una certa sicurezza economica, aggiungo io, Bonnet si propose di tornare un onesto cittadino e riuscì ad ottenere il perdono per quanto aveva fatto. La tranquillità durò poco; venuto a sapere che Barbanera aveva abbandonato 17 uomini del proprio equipaggio su d’un isola deserta per punizione (ne abbiamo parlato la volta scorsa), vi si recò ed assoldò il gruppo di pirati, ottenendo, così, una ciurma di uomini abili e ben addestrati. Prese il nome di Capitan THOMAS, ed adottò la tecnica di non catturare le navi che gli venivano a tiro, ma d’impadronirsi soltanto del bottino, lasciandole poi libere di andarsene, in modo da poter rispondere, ad un’eventuale accusa di pirateria, di non aver fatto altro che un cambio di merci. La sua attività preoccupò il governo inglese che ordinò al colonnello William RHET di partire alla caccia del pirata Thomas. Rhet, al comando di due navi, avvistò il pirata il 24 settembre 1718, al largo della Carolina. A causa di una manovra errata, resa difficile dalle acque basse della zona, la nave di Bonnet e quella di Rhet, si urtarono. A distanza ravvicinata, cominciarono a spararsi a vicenda, per un intero pomeriggio. Alla fine Bonnet ordinò al suo equipaggio di arrendersi, ed il colonnello Rhet rimase molto sorpreso nel vedere che il famoso pirata Thomas era il maggiore Bonnet, da lui conosciuto in precedenza. Mentre gli altri pirati venivano condotti in carcere, il colonnello ospitò Bonnet ed il suo secondo nella propria abitazione. I due ne approfittarono per fuggire, la popolazione ne fu indignata, ed il governatore, per calmare gli animi, fu costretto a porre una taglia di settecento sterline sulla testa del pirata. Fu nuovamente Rhet a ritrovarlo, presso l’isola di Swillivauts. Bonnet era in mare, su d’un canotto, con il suo secondo e due neri. Il secondo venne ucciso, i due neri rimasero feriti e Bonnet fu fatto prigioniero e condotto a Charleston per essere giudicato. La corte lo condannò a morte mediante impiccagione, malgrado invocasse d’aver salva la vita. Il giorno dell’esecuzione perse i sensi, giunse sul luogo dov’era stata eretta la forca in condizioni pietose, a tal punto che la folla si commosse ed implorò per lui la grazia. Il governatore, dopo aver titubato a lungo, rifiutò. E Bonnet, come tanti altri pirati prima di lui, penzolò dalla forca. Il suo ex socio, Barbanera, venne eliminato qualche settimana dopo. Su rischiesta di un lettore affezionato, voglio precisare che non sempre i pirati usarono il classico vessillo del teschio con due tibie incrociate. In realtà il sinistro “Jolly Roger”, come veniva chiamato, si diffuse soltanto nei primi anni del 1700, dopo il Trattato di Utrecht, quando gli avventurieri del mare non ebbero più modo di mettersi al servizio di qualche nazione. Combattendo contro tutte le bandiere, scelsero come insegna il teschio. Alcuni, anzi, adottarono come simbolo uno scheletro intero.
Barbanera, uno dei più sanguinari

Capitan Kidd, del quale ho parlato la volta scorsa, viene tutt’oggi considerato crudele oltre i reali limiti della storia. In verità la sua fine suscita più compassione che orrore. Sull’efferatezza di Capitan Teach, meglio conosciuto come “Barbanera”, non esistono invece dubbi di sorta. Questo, e non lo sventurato comandante dell’Adventure Galley, sarebbe dovuto diventare il sinistro simbolo di tutti i predoni del mare! Forse nato a Bristol o forse in Giamaica, sul finire del XVII secolo, Edward Teach, alias Blackbeard (cioè Barbanera), era figlio di genitori rispettabilissimi che avevano sognato per lui ben diverso destino. Nel 1716 lo troviamo imbarcato agli ordini di un certo Benjamin Thornigold, ch’era un lestofante e tagliagole della peggior specie. L’istruzione di Teach non durò molti mesi, poiché, quando il nostro uomo capì di aver imparato abbastanza, si mise a lavorare in proprio, al comando di un ex veliero francese tolto con la forza ai legittimi proprietari. Il suo debutto come pirata fu la cattura di una formidabile nave da guerra inglese. Capitan Teach la prese a cannonate e poi guidò il suo equipaggio all’arrembaggio. Non furono fatti prigionieri! Navigò poi a bordo d’uno sloop veloce e ben armato, di proprietà d’un ricco ed originale gentiluomo inglese, certo Stede Bonnet, che aveva, diciamo così, l’hobby della pirateria, ma che non era in grado di far muovere neppure una barchetta a dieci metri dalla riva. Spietato, ma anche diffidente e di questa sua diffidenza fecero le spese sia l’equipaggio che le sue quattordici moglie. Gli bastava anche l’ombra di un sospetto d’ammutinamento per impiccare o far gettare in mare diversi marinai. Una volta ne abbandonò diciassette su d’un isola deserta, affinché morissero di fame e di stenti. Barbanera fu anche abbondantemente poligamo, non per fame d’amore, ma per eccessiva mancanza di fiducia nelle sue compagne che venivano cambiate ad ogni balzo d’umore. Teach aveva sembianze ed atteggiamenti demoniaci. Gli abiti, sporchi oltre ogni limite, erano ricoperti di armi e bandoliere, mentre il volto scompariva per intero, fatta eccezione per i due occhi selvaggi, sotto una barba nera, lunghissima ed incolta, che gli scendeva fino al petto e saliva dietro le orecchie. Di frequente ne ungeva di sego le estremità, dandovi fuoco. Altra sua caratteristica era quella d’ubriacarsi oltre ogni limite in compagnia dell’equipaggio. La sua losca attività era protetta dal governatore della Carolina, col quale spartiva “fraternamente” il frutto delle sue razzie. Non andava d’accordo, invece, col governatore della Virginia, che organizzò una spedizione per eliminarlo, dandone il comando ad un giovane e valente ufficiale, il tenente di vascello Robert Maynard. Con due veloci legni, un vascello ed uno sloop, privi di cannoni, ma con un equipaggio più numeroso di quello di Barbanera, Maynard si mise in caccia del pirata. Lo scontro avvenne nel canale di Ocracocke, nella Carolina del Nord. All’inizio Barbanera cercò di evitare lo scontro, spacciandosi per un pacifico mercante, ma quando vide che l’ufficiale americano non cadeva nella trappola, ordinò di sparare contro i due vascelli. Era ormai troppo tardi per evitare l’arrembaggio e ben presto i due avversari si trovarono uno di fronte all’altro. Maynard fu più lesto a sparare ed il pirata barcollò, colpito in pieno petto dalla pistolettata, ma ebbe la forza di scagliarsi contro il suo avversario menando terribili fendenti. Il tenente scivolò riuscendo a parare quell’infernale carosello di sciabolate, poi intervennero i suoi marinai e per Barbanera non ci fu più scampo. Colpito da un fendente al capo, si risollevò ancora sulle ginocchia, giusto in tempo per essere colpito, a bruciapelo, da un’ultima mortale pistolettata. La sua testa venne appesa ad un pennone della nave, ed esposta poi su d’un palo in una piazza di Virginia. Il suo “datore di lavoro”, il gentiluomo Stede Bonnet, lo aveva preceduto di poco, impiccato nel porto di Charleston qualche settimana prima.





